In ricordo di un grande aviatore

Gen. B.A. Enrico Pezzi

Medaglia d’oro V.M.

22 Maggio 1897 - 29 Dicembre 1942

 

Gen. S.A. Mario Pezzi

- Medaglia d'Oro al Valor Aeronautico -

9 Novembre 1898 / 26 Agosto 1967

- La conquista del Record mondiale d'altezza su aerei a pistoni -

 

La conquista del Record Mondiale d'altezza su aerei a pistoni: 17.083m, record tutt'ora imbattuto

Montecelio-Guidonia (Roma) - 22 Ottobre 1938

 

 

Montecelio-Guidonia (Roma)

Reparto Alta Quota, 1° Centro sperimentale

- La conquista del Record Mondiale d'altezza -

 22 Ottobre 1938

Montecelio-Guidonia (Roma)

Reparto Alta Quota, 1° Centro sperimentale

- La conquista del Record Mondiale d'altezza -

 22 Ottobre 1938

 

 

Montecelio-Guidonia (Roma)

- L'apparecchio Caproni 161 bis -

 Aereo con cui è stato raggiunto il primato mondiale d'altezza

 su aerei a pistoni, record tutt'oggi imbattuto (17.083m)

Montecelio-Guidonia (Roma)

- L'apparecchio Caproni 161 bis -

 Aereo con cui è stato raggiunto il primato mondiale d'altezza

 su aerei a pistoni, record tutt'oggi imbattuto (17.083m)

 

 

- L'apparecchio Caproni 161 bis -

 Aereo con cui è stato raggiunto il primato mondiale d'altezza

 su aerei a pistoni, record tutt'oggi imbattuto (17.083m)

- L'apparecchio Caproni 161 bis -

 Aereo con cui è stato raggiunto il primato mondiale d'altezza

 su aerei a pistoni, record tutt'oggi imbattuto (17.083m)

 

La conquista del primo Record Mondiale d'altezza: 15.655m

Montecelio-Guidonia (Roma) -

 Mario Pezzi racconta: "Come sono giunto a 15.655 metri"

(dal settimanale Le Vie dell’Aria n.20, 15 maggio 1937)

"Alle sei a Roma, cielo serenissimo: un vento fresco di tramontana con tendenza ad aumentare d’intensità. Pensavo con dispetto ad un’altra giornata perduta.

Alle otto, sull’aeroporto di Montecelio, calma piatta, qualche nuvola affacciatesi all’orizzonte. E’ stato allora che ho deciso di compiere il tentativo.

Ho dato gli ordini al personale del Reparto, che mi guardava con occhi interrogativi, di preparare l’apparecchio e di predisporre i mezzi.

Erano circa 20 giorni che attendevo la giornata favorevole.

Il pensiero di poter finalmente "tentare" quello che da tempo sognavo con desiderio ed entusiasmo mi riempiva il cuore di gioia e mi dava un orgasmo piacevolissimo.

Il volo, per questo, si è iniziato con animo lieto, cosa di grande importanza perché dà calma, freddezza, spensieratezza, elementi assai favorevoli per compiere una prova del genere di quella da me affrontata.

E ben conoscendo, per precedente esperienza, l’importanza di tali fattori, ho cercato, dal momento in cui ho deciso di compiere il tentativo, di non alterarmi, di rimanere calmissimo.

E ci sono riuscito. Sono rimasto impassibile anche quando, dopo essermi avvicinato all'apparecchio già con l’elica in moto e pronto per la partenza, mi sono inteso dire dal motorista: " C’è una candela che non va, ma non si preoccupi perché è affare di un quarto d’ora al massimo":

Avevo già indossato gli indumenti per il volo e lo scafandro. Sentivo un caldo dancalico (sic) che mi faceva sudare abbondantemente.

Mi sono fatta portare una sedia, mi sono seduto e, pensando ai non meno 50 gradi sotto zero che avrei trovato nella stratosfera, ho atteso con pazienza che invero mal si addice al mio carattere irascibile.

Tralascio di dire in che cosa consiste la vestizione per un pilota che affronti la stratosfera. Dirò solo che occorre indossare quattro indumenti uno sopra l’altro, e che per ognuno di essi è necessaria una specie di ginnastica tutt’altro che piacevole.

Ho dato motore alle ore 10,45 circa.

L’apparecchio, dopo aver percorso pochi metri, si è staccato dal suolo con tale facilità che non ho quasi avvertito di lasciare il terreno.

Ho dovuto trattenere l’apparecchio per impedirgli una impennata eccessivamente giovanile.

Ho puntato verso l’alto, diritto alla meta, senza esitazione, trascinato da un motore potentissimo che cantava con un ritmo ed una regolarità impareggiabile. Ho deviato verso destra, perché il cielo, sulla sinistra, si andava coprendo di nuvole.

Ho visto Roma, la bellissima, venirmi incontro, ingrandendosi via via che ad essa mi avvicinavo. Più lontano il mare color perla, soffuso di foschia lieve.

Le indicazioni degli strumenti di bordo davano "tutto regolare" e la salita proseguiva velocissima mentre in me già si affacciava netta la speranza che tutto sarebbe andato per il meglio. Raggiunti i 1.000 metri, ho chiuso lo scafandro, isolandomi così dall’aria eterna.

Allorché si chiude lo scafandro, la sensazione che si prova non è gradevole. Sembra di rinchiudersi in un ambiente privo di aria. I rumori si attenuano, l’aria sembra mancare; si prova un senso di solitudine e di sconforto che fa desiderare vivamente il bel volo all’aria libera cui siamo abituati, a quell’aria fresca che sferza il viso e che à l’ebbrezza della velocità. Forse è questione di abitudine; tanto è vero che dopo poco è passato il senso di disagio ed è subentrata in me una calma perfetta. Osservavo continuamente le indicazioni degli strumenti. Di cui, almeno una decina, da tenere sempre sott’occhio. In particolar modo, nel primo tempo, i flussometri dell’ossigeno per accertare una erogazione perfetta.

Tutto andava per il meglio. Salivo con una velocità di 12 – 15 metri al secondo e la terra si allontanava velocemente. L’altimetro me ne dava l’esatta sensazione: 5.000 – 6.000- 7.000.

Temperatura dell’olio 70°, pressione dell’olio e della benzina regolare; carburazione ottima; vetri dello scafandro trasparentissimi. Quest’ultimo fatto era quello che più mi rallegrava, perché avevo temuto da dapprincipio di un appannamento dei vetri per la gran quantità di vapor acqueo che doveva formarsi all’interno dello scafandro per effetto della respirazione e per la traspirazione, invero abbondante, nel primo tratto del volo. I filtri che dovevano fissare il vapore acqueo funzionavano a perfezione.

Temperatura del corpo ottima. Non avvertivo freddo ed ancora potevo aumentare l’intensità della corrente elettrica a disposizione per il riscaldamento.

10.000 metri. Mi guardo intorno. Terreno a metà coperto di nuvole, foschia all’orizzonte, visibilità scarsa che mi impedisce di scorgere l’Adriatico. Il sole dà alle nuvole, che omai sovrasto, una bianchezza nivea che fa male agli occhi. Roma sembra inanimata. Il motore gira con tutta regolarità. Vario alquanto la carburazione divenuta un po’ ricca. Salgo, sempre velocemente.

Ad un tratto ho una fitta al cuore. Dal motore esce fumo in abbondanza; ho la sensazione che bruci. Ma è un attimo. Capisco che si tratta della ben nota nuvola che forma l’apparecchio navigante alle alte quote. Si forma sulla sinistra forse perché convogliata da quella parte dal flusso dell’elica, lambisce le ali, la fusoliera e si allontana lasciando una scia abbondante. Mi seguirà fino a 12.000 circa.

Pensavo che dal campo debbono scorgermi e questo mi riavvicina i miei compagni e mi balena un pensiero di simpatia per essi ed un senso di orgoglio.

La nuvola esce dal motore, non continua, ma ad intermittenza rapidissima e passando avanti ai vetri dello scafandro, dà un po’ di capogiro.

Diminuisco ora l’erogazione dell’ossigeno che affluisce con eccessiva abbondanza per effetto della espansione dovuta alla minore densità dell’aria ambiente.

Non penso che al controllo degli strumenti. Ogni altra idea è esclusa.

Cominciano ad avvertirsi gli effetti dell’alta quota che affievoliscono le qualità intellettive. Sono a 12.000 metri. C’è lassù un senso di solitudine tristissimo. Ci si sente isolati, abbandonati, in balia di se stessi. Poi anche tale sensazione scompare. L’effetto dell’alta quota attutisce sempre più le sensazioni.

Avverto freddo alle estremità. Faccio segnare ai reostati il massimo. Sento poco dopo che le temperatura cresce e che il riscaldamento è sufficiente. Osservo le ali dell’apparecchio: sono rigide perfettamente senza una vibrazione. I tiranti non si muovono affatto. Lo scafandro ha degli scricchiolii strani, poco simpatici.

Ho dato allo scafandro la pressione opportuna, che ho poi mantenuta per tutta la salita. Sono a 15.000 metri.

L’apparecchio sembra stanco. Ha una velocità ascensionale assai ridotta. La temperatura dell’olio è salita molto.

Ho timore di non riuscire, ma la mia volontà diviene perciò più ferma.

Sèguito quindi a salire, ma ho un senso di tristezza che mi accompagnerà poi per tutto il volo, ed anche dopo, fino a quando dai laboriosissimi calcoli eseguiti per determinare la massima quota raggiunta non mi verrà data assicurazione di aver conquistato il primato. Salgo sempre, seppure lentamente.

L’indicatore di salita segna 2 metri al secondo, poi 1, poi meno ancora.

Sono arrivato. Tiro la leva di comando sperando di guadagnare gli ultimi metri, ma l’apparecchio non risponde, sembra anzi voglia afflosciarsi. Do un rapido sguardo intorno, ma le osservazioni visive non suscitano sensazioni.

Discendo.

Ed ora , un desiderio vivissimo di tornare verso terra. Ridotto il motore è subentrato un silenzio sidereo.

Avverto indolenzimento sotto le ascelle, alle caviglie, ai polsi dovute alle inevitabili pressioni dello scafandro.

L’apparecchio discende velocemente. La lancetta dell’altimetro si muove, segna già 12.000 e poi ancora meno.

Non so come sono già a 10.000 metri. Ora mi sento fisicamente bene. Il pensiero fluisce rapidissimo. Il dubbio di aver mancato la prova mi tormenta, ma mi solleva la convinzione di aver fatto quanto mi era possibile.

Repentinamente avverto una vera pioggia. Sono grosse gocce d’acqua che mi cadono sul petto, che lambiscono i vetri dello scafandro. Ho un senso di sorpresa. Vedo allora soltanto – cosa che non avevo osservata – che la calotta metallica che circonda il capo è rivestita nel suo interno di uno strato di ghiaccio aghiforme dello spessore circa di mezzo centimetro. Esso sta liquefacendosi. L’acqua passa sui vetri senza lasciare traccia. La visibilità rimane perfetta. Ammiro ora per la prima volta il panorama. Nuvole bianche, gonfie, si ammassano alla mia destra. Sono i una bellezza maestosa. Vedo avanti a me il Lago di Bracciano, Bolsena, il Trasimeno. Giro l’apparecchio, lontano il Capo Circeo si protende nel mare, ancora più avanti Terracina e poi Gaeta.

Scendo sempre. Sono a 7.000 metri, poi 6.000, 5.000. Vedo Bagni di Tivoli color smeraldo. Lì poco distante, c’è il Campo di Montecelio. Gli vado incontro, ma è sempre coperto di nubi; giro verso Roma, discendo ancora, buco, e poi finalmente mi dirigo verso di esso.

Individuo l’aviorimessa del mio reparto, vedo sul prato un brulichio di gente. Sono ad attendermi.

Sgonfio lo scafandro. Ho un senso di liberazione. Gir sul campo, immetto per breve tempo gas al motore, mi accerto della direzione del vento, e poi plano dritto per l’atterraggio.

Prendo terra."

 

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